ALEX – Complete

di Alessandro Falciola

RECENSIONI

3/3/20264 min read

potere, misticismo e caos in un mondo dove il Reich ha vinto

Ci ho messo qualche giorno a scrivere questa recensione.

Non perché non sapessi cosa dire, ma perché ALEX – Complete è uno di quei libri che non si lasciano riassumere facilmente. È un’ucronia, sì. È un romanzo politico, anche. È un thriller esoterico. È un racconto di guerra. È un viaggio nel fanatismo. Ed è, soprattutto, un libro che ti mette a disagio senza chiederti scusa.

Partiamo dall’inizio.

Quando la Storia prende una strada sbagliata

Il preludio ambientato in Norvegia nel 1944 sembra quasi un racconto storico tradizionale. L’acqua pesante, il sabotaggio, i servizi segreti. Ma già lì capisci che qualcosa sta per deviare. E infatti devia in modo brutale: nel 1945 la Germania sviluppa la bomba atomica prima degli Alleati e la usa. Londra, New York, Leningrado. Distrutte.

Il mondo si arrende.

Da quel momento il libro non gioca più con l’ipotesi: costruisce un universo alternativo coerente e spietato. Nel 1971 il pianeta è diviso tra la Grande Germania e l’Impero Giapponese. L’Europa è germanizzata, l’Africa spartita, le Americhe controllate. Non è una distopia caotica: è un nuovo ordine stabile. Ed è proprio questa stabilità a fare paura.

Hassler: il potere che cerca il sacro

La parte del monastero italiano è, per me, il primo vero punto di svolta emotivo del libro.

Hassler non è un nazista caricaturale. È colto, parla lingue antiche, studia teologia, è affascinato dall’Apocalisse. È ossessionato dall’esoterismo. E il dialogo con Padre Giorgio non è mai uno scontro urlato: è un confronto lento, quasi elegante.

La ricerca del chiodo della croce di Cristo non è una semplice missione militare. È una ricerca di energia. Di simbolo. Di legittimazione mistica del potere.

C’è una frase che mi è rimasta impressa: quando l’Abate gli dice che troverà “energia”. Non redenzione. Non fede. Energia.

In quel momento il romanzo chiarisce il suo asse tematico: il potere non distrugge il sacro, lo usa.

La Mongolia: mito, superstizione e paranoia

La spedizione nei Monti Altaj è una delle parti più riuscite a livello di atmosfera. Il viaggio, lo sciamano cieco che “vede” nella mente, la tomba sotterranea, il riferimento a Gengis Khan, la leggenda della fine del mondo. Qui il libro diventa quasi mitologico.

E quando il chiodo viene trovato, non c’è trionfo. C’è solo tensione.

La strage nella foresta e il tradimento finale di Hassler segnano un punto di non ritorno. Da quel momento non siamo più davanti a un ufficiale fanatico: siamo davanti a un uomo che sacrifica tutto per il controllo.

La parte del verbale dell’interrogatorio è geniale nella sua semplicità. È fredda, burocratica, quasi noiosa. E proprio per questo è inquietante. La macchina del Reich funziona. Assolve. Riassegna. Promuove.

E poi arriva Alex

Se Hassler è il potere strutturato, Alex è il caos lucido.

La sezione africana del 1978 è probabilmente la più disturbante dell’intero libro. Non solo per la violenza, che è esplicita e senza filtri, ma per il cinismo con cui viene pianificata.

Alex non combatte per ideologia. Non sembra nemmeno crederci fino in fondo. Lui manipola. Studia le tensioni tra Tonga e Shona. Capisce il ruolo dei gesuiti portoghesi. Intuisce che dietro c’è una questione economica (le miniere). E decide di incendiare tutto.

La guerra etnica non esplode per caso. Viene costruita.

Quello che mi ha colpito è che il romanzo non cerca mai di rendere Alex “simpatico”. Non c’è romanticizzazione. È spietato, violento, drogato di adrenalina e potere. Ma è anche lucidissimo.

La scena del massacro del governatore Mariani, le croci brandite come totem, la guerriglia urbana tra Shona e Tonga… sono pagine dure. Non si leggono con leggerezza.

Allora, mi è piaciuto?

Domanda complicata.

Non è una lettura “piacevole”. Non è un libro che consiglierei a chiunque. Ma è un libro che ha una visione chiara. Sa cosa vuole raccontare e non fa compromessi.

Mi ha lasciato addosso una sensazione strana. Una riflessione su quanto sia sottile il confine tra ideologia e opportunismo. Su quanto facilmente il sacro possa essere trasformato in strumento politico. Su quanto il caos possa essere pianificato.

Non offre consolazione.

Ma offre qualcosa di più raro: inquietudine.

E a volte, come lettori, abbiamo bisogno anche di questo.

Le immagini: un linguaggio parallelo

Una cosa che voglio sottolineare è l’uso delle immagini.

Non sono messe lì per abbellire. Interrompono il testo nei momenti giusti, creano stacchi visivi che funzionano quasi come inquadrature cinematografiche. Alcune hanno un’impronta simbolica forte, altre evocano un immaginario storico preciso. In certi passaggi sembrano quasi richiami propagandistici, in altri accentuano l’atmosfera esoterica.

La sensazione è che l’autore non voglia solo raccontare questo mondo alternativo, ma farlo “vedere”.

E questa scelta amplifica l’impatto. Dopo una scena particolarmente violenta, una pausa visiva cambia il ritmo della lettura. Ti costringe a fermarti. A metabolizzare.

Non è un dettaglio secondario. È parte integrante dell’esperienza.

Uno stile che non cerca eleganza

La scrittura è diretta, molto dialogata, quasi teatrale in alcuni punti. Non punta alla raffinatezza stilistica, punta all’efficacia. A volte è sopra le righe, ma coerente con il mondo che racconta.

Non c’è ironia salvifica. Non c’è catarsi.

C’è potere. C’è fanatismo. C’è opportunismo.